L’appena trascorsa prima settimana di luglio è stata caratterizzata da alcuni eventi significativi, che, congiuntamente analizzati, risultano avere un rilievo storico ben maggiore di quello che gli è stato attribuito dalle note di cronaca:
- il 1 luglio, a Écone, le ordinazioni episcopali non autorizzate della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, immediatamente seguite il giorno successivo dall’annuncio vaticano della scomunica, potenzialmente estensibile non solo ai sei Vescovi coinvolti nel Rito, ma anche a tutti sacerdoti e chierici, e perfino ai semplici fedeli;
- il 4 luglio la visita di Leone XIV a Lampedusa, sottolineata con l’abituale enfasi mediatica, quale pellegrinaggio “sulle orme di papa Francesco”, per ribadire la centralità dell’ “accoglienza” nel messaggio cristiano per il nuovo Millennio.
Dall’annuncio della sua elezione, l’8 maggio 1995, Robert Prevost aveva indossato in modo impeccabile quei panni esteriori del pontefice “tradizionale”, che avevano dato ad alcuni la speranza e a molti il timore di un brusco cambio di direzione, dopo i tredici anni di autocrazia bergogliana.
Invece il 4 luglio 2026 egli ha improvvisamente dismesso il “vestito buono” da “papa della tradizione” – che peraltro aveva progressivamente cessato di alimentare le speranze dei suddetti “pochi” – per adottare un’immagine bruscamente innovativa, segnando un'evidente rottura con lo stile mantenuto nei mesi precedenti.
Ciò è avvenuto con la messa in scena di una coreografia studiata, volutamente minimalistica e apparentemente “sotto tono”, ma di fatto rivoluzionaria: con tutta una ritualità, una simbologia, una scenografia e un guardaroba teatrale - non senza qualche tratto involontariamente clownistico - appositamente escogitati per l’occasione.
L'innovazione scenografica non ha interessato solo i paramenti, indossati da Prevost e dal vescovo Damiano, che lo ha scortato passo passo fin dal suo atterraggio a Lampedusa, ma anche l’allestimento dell’altare e dell’ambone per la celebrazione tenutasi all’aperto nello stadio della città isolana.
“La scelta artistica mira a trasformare lo spazio liturgico in un ‘racconto visivo di dolore, speranza e rinascita’, dove le superfici astratte e le linee fluide evocano il moto delle onde, rendendo il Mediterraneo uno spazio di passaggio e memoria collettiva”.
Con queste magniloquenti parole, l’iperbole giornalistica ha elevato a “creatività artistica” e a “narrazione spirituale dal linguaggio essenziale e simbolico”, qualcosa che, per la verità, ricordava più l’allestimento per la festa sociale di un circolo sportivo di periferia.
Tutto l’evento è stato caratterizzato da una teatralità solo apparentemente fresca, in realtà rigidamente scandita da una regia di taglio televisivo:
- la visita al cimitero, condita con l'immancabile piaggeria retorica da sala stampa vaticana:
“Un Leone silenzioso, immobile, ... È tutto bianco in quel momento, forse pure per il sole accecante ... È bianca la talare del Papa, sono bianche le lapidi, sono bianchi i fiori sotto le fotografie di donne e di signori anziani con lo sfondo del mare. Delle farfalle si posano sulle croci e sui cespugli e pure sulla corona floreale che Leone depone in mezzo a quest’area del cimitero cittadino che i lampedusani curano, annaffiano, sorvegliano...”.
- il “rito” simbolico dell’attraversamento della cosiddetta “porta d’Europa”:
A rendere meno artificiosa e forzata la scansione della nutrita “agenda”, che ha concentrato tutti questi "atti simbolici” nello spazio di poco più di tre ore, è intervenuto il “provvidenziale” fuori programma della folata di vento sulla scogliera, che ha soffiato via la papalina dell’uomo vestito di bianco, contribuendo ad accrescerne l’aura di umanità, semplicità e spontaneità, in un evento che, per la verità, non aveva avuto nulla di spontaneo:
Tutto
considerato parrebbe la cronaca di un avvenimento fra i tanti, a cui ci
ha abitutato il crescente spettacolarismo mediatico dei pontificati
negli ultimi settant’anni.
Eppure,
la sua prossimità cronologica con i fatti di Écone e la brutale
immediatezza della rappresaglia scomunicatoria, porta a sospettare che
l’accurata rappresentazione "accoglientizia", a cui il supposto
pontefice si è prestato con mirabile capacità interpretativa,
voglia segnare il momento di una rottura definitiva con un passato –
anche recente – del quale è necessario troncare anche il ricordo.
Il
nuovo “papato” di una “nuova chiesa”, che non è più “in
uscita”, ma si pone anzi all’entrata del “vecchio mondo”, per
spalancarne le porte al “nuovo che avanza”. E ciò, non per gli
sbandierati fini caritatevoli di vera accoglienza fraterna, ma
per porre in atto l’ultima fase del programma del potere globale, al
quale i vertici vaticani dimostrano di voler doviziosamente
contribuire.
Un
tempo pareva lecito ritenere che i migranti siano attirati e incoraggiati a
sfidare i pericoli del mare e la criminalità dei trafficanti, solo
per gli interessi di bottega dei potentati economici, bisognosi di nuova mano
d’opera a basso costo.
Oggi
invece appare evidente come la minuziosa propaganda che li richiama è
funzionale al pianificato rinnovamento antropologico di un’Europa per decenni scientificamente infiacchita. La
cui popolazione, esaurita ed abbattuta fisicamente, moralmente e
spiritualmente, è finalmente pronta ad essere sostituita con
“materiale umano” informe, atto a fungere da “fango” per la
babelica “creazione” del tipo umano venturo, progettato a
tavolino per essere protagonista del Nuovo Umanesimo.
Tutto
questo porta a ritenere che a Lampedusa, sabato 4 luglio 2026, si sia
consumato un evento di portata davvero storica: l’inaugurazione
ufficiale della Nuova Religione dell’Accoglienza.
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