sabato 27 giugno 2026

IL CASO ÉCONE: NON SOLO ORDINAZIONI

 



Le discussioni intorno all’argomento del giorno, le ormai imminenti ordinazioni episcopali del 1 luglio a Écone, raramente colgono il punto centrale della controversia.

Quasi tutte – forse non casualmente – sembrano focalizzarsi esclusivamente sulla disobbedienza della FSSPX, che intende procedere, come fece il suo fondatore Marcel Lefebvre nel 1988, alla ordinazione di quattro vescovi senza mandato pontificio, e, anzi, contro il divieto espresso dalle autorità vaticane.

Ma tale questione è solo il casus belli di un conflitto latente da quasi 70 anni, che emerge oggi in tutta la sua drammatica portata: il rapporto tra la crisi innegabile in cui versa la religione cattolica in tutto il mondo e il Concilio Vaticano II.

Che questo sia il punto centrale della questione risulta chiaramente esplicitato nella dichiarazione rilasciata da Robert Prevost il 16 giugno 2026 a Castel Gandolfo, quando rispondendo alla domanda dei giornalisti, ha affermato: “ Per la Chiesa certamente la divisione tra i cristiani è sempre un punto molto doloroso, però loro rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando da diversi punti del Concilio Vaticano II. Se fanno quella scelta mi dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti”.

Notoriamente le domande dei giornalisti al pontefice sono concordate in precedenza. La risposta quindi non è stata certamente estemporanea. Essa evidenzia in modo innegabile che il vero nodo del problema non sono tanto le ordinazioni episcopali, ma la mancata accettazione da parte dei Lefebrvriani di “diversi punti del Concilio Vaticano II” definiti “elementi fondamentali della Chiesa”.

Quest’ultima definizione è coerente con la pretesa del clero modernista di attribuire il carattere di dogmaticità alle conclusioni di un Concilio che, per espressa decisione dei Papi che l’hanno convocato e presieduto, è stato di natura pastorale e non dogmatica.

In ogni caso, un pur sommario esame sui “diversi punti del Concilio che non vengono accettati dai Lefebvriani”, è sufficiente a dimostrare che questa non accettazione – riguardi essa i testi conciliari o il modo in cui essi sono stati interpretati nel post-Concilio – si fonda sulla contrarietà esplicita ed innegabile di questi “punti” con la dottrina bimillenaria, unanime e univoca della Chiesa cattolica: le affermazioni di una falsa libertà religiosa; della collegialità episcopale a scapito dell’Autorità pontificale; dell’ecumenismo, volto a parificare la religione cattolica alle altre confessioni cristiane, dichiaratamente eretiche; la deformazione in senso protestante del Rito eucaristico, implicante la banalizzazione dell’aspetto sacrificale, fino a una negazione di fatto della valenza salvifica del sacrificio di Cristo.

Ne risulta l’evidente contraddizione di voler far passare come “elementi fondamentali della Chiesa” affermazioni – di natura “pastorale” e non “dogmatica” – che si pongono in stridente e palese contrasto con quanto la Chiesa ha sempre e inequivocabilmente affermato.

Altra stridente contraddizione si ricontra nella minacciata applicazione della sanzione canonica della scomunica in occasione delle ordinazioni di Écone.

L'ordinazione di vescovi senza mandato pontificio è illegittima dal punto di vista canonico, ma sacramentalmente valida, purché il consacrante sia un vescovo e il rito contenga la materia e la forma essenziali.

Secondo il Canone 1387 del Codice di diritto canonico: “Il Vescovo che senza mandato pontificio consacra qualcuno Vescovo e chi da esso ricevette la consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica”. Questa norma fu introdotta nel Codice del 1983, mentre il precedente Codice del 1917 prevedeva la più lieve sanzione della sospensione.

La sanzione fu applicata nel 1988 a Mons. Lefebvre e ai Vescovi da lui ordinati.

Ma curiosamente non viene applicata nel caso delle ordinazioni dei vescovi asseritamente “cattolici”, consacrati senza mandato pontificio per volontà del governo della Repubblica Popolare Cinese, e indiscriminatamente riconosciuti dal Vaticano, in virtù dell’accordo sottoscritto da Bergoglio nel 2018.

Anche per questo appare del tutto tendenziosa l’affermazione, ricorrente in certi ambienti “cattolico-conservatori”, secondo cui, sebbene oggettivamente vi sia una grave crisi nella Chiesa, non sussisterebbe uno “stato di necessità” tale da giustificare la violazione del diritto canonico, che richiede il mandato papale per la consacrazione dei vescovi.

Lo “stato di necessità” in questione, infatti, non va riferito, in modo generale e astratto, alla “crisi della Chiesa”; ma, in concreto e nei fatti, proprio come nel 1988, alla sopravvivenza stessa della Fraternità Sacerdotale San Pio X. La quale può contare oggi solo su due vescovi in età avanzata. E che, senza disporre vescovi “interni” – data l’innegabile ostilità degli attuali vertici vaticani per tutto ciò che ha a che fare con il Vetus Ordo Missae – sarebbe votata a morte certa nel giro di pochi decenni, non avendo modo di procedere a nuove ordinazioni sacerdotali.

È evidente come questa “soluzione finale” sia l’obbiettivo dichiarato dei nemici del Rito Antico, emergente a chiare lettere, dallo stesso Motu Proprio provocatoriamente intitolato Traditionis Custodes. Nel quale già si lamentava come, secondo l’interpretazione degli ambienti vaticani dominanti, l'uso della “forma straordinaria del rito romano” sarebbe stato spesso strumentalizzato per rifiutare il Concilio Vaticano II e creare divisioni nella Chiesa”.

È questo il vero motivo dell’astio dei fautori della “chiesa in uscita”. Il livore per il fatto che, nei decenni trascorsi dalla riforma conciliare, le realtà legate alla Messa tradizionale non solo non si sono estinte, come auspicato; ma hanno anzi segnato una crescita esponenziale di vocazioni sacerdotali e di fedeli, nonostante le durissime persecuzioni che sono state attuate prima e dopo la breve parentesi del pontificato di Joseph Ratzinger.

La rigidità e l’autoritarismo che i vertici vaticani e la quasi totalità dei vescovi di nomina bergogliana riservano ai difensori della Messa tridentina, è in stridente contrasto con la più più benevola tolleranza verso tutte le deviazioni in materia liturgica, dottrinaria e morale, che, affermatesi progressivamente durante il post-Concilio, ricevono oggi un’impressionante accelerazione dalla spinta del cosiddetto “cammino sinodale”.

Contrasta con questo programma di “riforme”, che in realtà mira alla radicale trasformazione della religione che fu cattolica per adattarla alle “esigenze dei tempi”, la vitalità dimostrata dalla Messa tradizionale, dalle organizzazioni sacerdotali che la celebrano e dai fedeli che in numero crescente dimostrano di apprezzarla.

Risulta quindi difficile – ai fautori della nuova religiosità globalizzata – inghiottire l’impressionante afflusso di nuove vocazioni nei seminari non solo della FSSPX, ma in generale delle famiglie sacerdotali legate alla messa preconciliare. Anche le organizzazioni c.d. “ex-Ecclesia Dei”, riconosciute dalle autorità vaticane – la Fraternità Sacerdotale di S. Pietro, l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, l’Istituto del Buon Pastore; nonché le numerose realtà monastiche benedettine legate al rito antico, presenti in Francia, negli Stati Uniti e anche in Italia – vantano infatti, ogni anno, un cospicuo numero di nuove vocazioni e di ordinazioni sacerdotali, in evidente controtendenza con la crisi drammatica in cui versano i seminari diocesani ordinari.

Questo stato di cose fa sì che la questione delle nuove ordinazioni episcopali della FSSPX si ponga in realtà come fondamentale e storico punto di svolta di un dissidio che non è soltanto una questione “amministrativa” tra i vertici vaticani e una specifica organizzazione sacerdotale, ma l’emersione del conflitto insanabile tra due visioni della Chiesa e della religione cattolica.

Due mondi che, dopo settant’anni di dissidi latenti e per così dire “sotto traccia”, vengono oggi a fronteggiarsi apertamente, sotto i riflettori di un’opinione pubblica che, con evidente contrarietà, si vede costretta suo malgrado a dare ampio risalto a quanto sta accadendo.

Appaiono oggi emblematiche le amare cosiderazioni di Joseph Ratzinger in risposta alle critiche infiammate che gli rivolsero gli ambienti progressisti quando, nel 2009 decise di revocare le scomuniche conseguenti alla ordinazioni di Marcel Lefebvre del 1998:

“A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo”.



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