La vita non ha alcun senso se non è centrata sulla trascendenza.
Esistiamo solo per una ragione: tornare all’Origine, alla Fonte
dalla quale siamo misteriosamente scaturiti.
Vivere senza avere ben chiara questa Meta è un lento suicidio
morale.
Finché si è mediamente giovani, si è distratti dalle faccende
umane, buone e cattive, nelle quali si è impegnati. E questo
permette di non prendere stabile consapevolezza del vuoto abissale
di un’esistenza terrena non incentrata su Dio.
Ma maturando e, più ancora, invecchiando, quella consapevolezza
affiora sempre di più e non può più essere nascosta alla
coscienza.
Se ci si ostina a negarla, affiora comunque sotto forma di ansia
crescente, che si radica ben presto in un’angoscia oppressiva dalla
quale non c’è modo di liberarsi.
Per questo è diventato consueto, anzi di moda, ricorrere ai
cosiddetti “sostegni psicoterapeutici”, che sono però meri
palliativi: non risolvono, ma anzi, alla lunga, aggravano la
percezione disperante dell’abisso, perché non agiscono sulle cause
del malessere, ma alleviano solo temporaneamente i sintomi, creando
nuove esiziali dipendenze.
Vecchiaia, malattia e morte sono l’unica certezza della condizione
umana, e costituiscono il problema centrale dell’esistenza.
La maturità dovrebbe portare saggezza: invece la mentalità indotta
nell’umanità attuale porta a far di tutto per rimuovere i pensieri
conturbanti. E a rinviare fino all’ultimo il confronto con questo
problema fondamentale: vecchiaia, malattia e morte. Fino all’ultimo,
cioè, fino al tempo in cui non si dispone più degli strumenti
intellettuali, delle capacità morali e delle energie nervose per
confrontarcisi davvero, con la speranza di risolverlo.
Se, al contrario, per gli antichi la vecchiaia era il tempo della
saggezza, era proprio perché per loro l’intera esistenza era
orientata al fine di diventare saggi.
Eppure il nostro tempo apparentemente malsano offre delle opportunità
peculiari e inedite: infatti l’anomalia che lo caratterizza è
causa di ricorrenti traumi psichici, ognuno dei quali può essere
un’occasione propizia di risveglio della perduta consapevolezza.
La stessa sofferenza morale, che è divenuta la stabile e
apparentemente ineludibile condizione di fasce di età sempre più
giovani, è anche una chiamata dal profondo al risveglio della
coscienza. Perché nella disperazione morale, indotta dalla
percezione ineluttabile dell’abisso, risuona prepotente l’istinto
di autoconservazione, che rivolge un incessante, accorato appello al
ristabilimento dell’equilibrio psichico: vale a dire al
ristabilimento dell’unico senso possibile della vita terrena, quale
esclusivo antidoto alla depressione.
Qui si scatena un conflitto tremendo nella coscienza.
Perché la dimensione mondana e la mentalità indotta dallo psichismo
collettivo non sono affatto atee o agnostiche, ma hanno anzi una
natura specificamente religiosa.
Si tratta di una religiosità naturalistica, radicalmente opposta
alla Trascendenza: perché incentrata sull’attaccamento alla vita
terrena, alla dimensione sensuale, alla parcellizzazione della
coscienza individuale in molteplici frammenti di ego, in perenne
conflitto tra loro.
È un combattimento interiore di natura religiosa, che si svolge in
parallelo alla guerra spirituale in atto nel mondo esterno. Una lotta
che risale all’origine del mondo, testimoniata, in modo simbolico,
dagli scritti sacri di tutte le Tradizioni antiche.
Pur essendo dichiaratamente opposta al dogma e alla morale della
Religione tradizionale, la controreligione ha i suoi dogmi, la sua
mitologia, la sua morale, i suoi riti. E questi elementi sono
protetti da un possente meccanismo censorio e sanzionatorio, una vera
e propria Grande Inquisizione diabolica.
Per questo il conflitto interiore può essere risolto solo abiurando
totalmente e definitivamente dalla controreligione, orientando la
vita alla Trascendenza, senza compromessi né oscillazioni.
Questo riorientamento presuppone necessariamente – salvo casi
eccezionali che qui non possono essere considerati - l’adesione
piena a una dottrina sacra tradizionale.
E si deve prendere atto che, per un occidentale contemporaneo, di
fatto, non vi è via più accessibile e praticabile del Cattolicesimo
Romano.
Per comprenderlo si deve essere capaci di gettare lo sguardo oltre lo
stato deprimente in cui versa la struttura esteriore della Chiesa
cattolica, a causa della decadenza intellettuale, della degenerazione
morale, della devastazione dottrinaria e liturgica.
Ma la Verità essenziale giace al di là e al di sopra dell’apparenza
esteriore.
È tuttavia necessario convincersi che, per quanto dimenticate e
vilipese, le norme tradizionali conservano per intero la loro
autorità e la loro efficacia, e devono essere quindi integralmente
rispettate, nella propria quotidianità, con uno sforzo ininterrotto
di conversione, graduale ma sempre più piena.
Questo richiede l’abbandono delle abitudini acquisite a causa della
precedente adesione, anche inconsapevole, alla controreligione
mondana. E un riorientamento totale della propria esistenza.
Gli elementi di questo cammino, predisposti dalla Religione
Cattolica, sono quelli di sempre: la Scrittura, la Dottrina, i
Sacramenti, la Morale.
È un percorso tracciato dentro ognuno di noi, che ognuno di noi deve
prima riscoprire e poi intraprendere, proprio sotto la spinta
pressante della necessità di trovare una via di scampo ai mali del
mondo esteriore e ai mali interiori della coscienza individuale.
Ma è una via che, una volta intrapresa, sin dai primi passi è fonte
incessante di gioia e di consolazione. Che si presentano, da subito,
sia come compenso per gli sforzi compiuti, sia come viatico per
moltiplicare l’impegno costante nella conversione.
Convergere significa ‘volgersi insieme’, ‘tendere a un medesimo
fine’.
Nell’ambito interiore ciò si riferisce al sacro compito di
unificazione dei frammenti sparsi della coscienza individuale, la
graduale estinzione dei molti ego meschini, in perenne conflitto tra
loro per l’effimera e velleitaria supremazia del nulla quotidiano.
Una progressiva e illuminante opera di pacificazione, che si compie
in modo spontaneo, poco alla volta, quale effetto mirabile della
Grazia, allorquando si orienta stabilmente l’esistenza terrena
verso il vero Centro del Mondo, Gesù Cristo, immagine vivente e
concreta in terra del Principio Supremo, inafferrabile e indefinibile
nella sua infinita Trascendenza.