venerdì 30 ottobre 2026

IL MORSO DEL SERPENTE

 


Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d'Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: "Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti". Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: "Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita". Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l'asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita. 
Numeri 21, 6-9

Il simbolismo del serpente o del drago (in latino serpens e draco, e in greco ὄφις, ofis, e δράκων, drakon, sono sinonimi) ha una duplice valenza, positiva e negativa, anche se generalmente viene considerata solo la seconda, con riferimento al diavolo tentatore di Genesi 3.

Nel passo citato di Numeri 21 e in Giovanni 3 i due diversi significati sono esplicitati e contrapposti. Nel dialogo con Nicodemo, infatti, Gesù riferisce apertamente a sé stesso il simbolo del serpente di bronzo:

Gli rispose Gesù: "Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna". 

 Giovanni 3, 10-15 



S. Agostino (Trattati su Giovanni, 80) dà un’indicazione precisa sulla natura del simbolismo evangelico e su come bisogna leggere la Sacra Scrittura in senso spirituale: 

Che cosa significa dunque: «Io sono la vera vite»? Forse, aggiungendo «vera», si è riferito per opposizione a quella vite da cui è stata presa questa similitudine? Infatti, egli dice vite per similitudine, non in senso proprio, come si dice pecora, agnello, leone, roccia, pietra angolare e simili...

L'aspetto positivo del serpente, del resto, lo abbiamo quotidianamente sotto gli occhi negli stemmi dell’Ordine dei farmacisti, dove l’antico simbolo di Esculapio, dio della Medicina e della Farmacopea, è associato alla croce: 


Qui il serpente “buono” attorcigliato al calice – il cui stelo richiama il Caduceo di Mercurio, simbolo dell’axis mundi, dal quale è stato soppresso il serpente “cattivo” – rappresenta il veleno che, assunto in dosi appropriate, si trasforma in farmaco. 

In greco, infatti, φάρμακον, fàrmacon, significa sia “veleno” sia “medicina”; e φαρμακεύς, farmakeỳs, sia “avvelenatore” sia “farmacista”. 

La versione cristiana del simbolismo è entrata – tramite un racconto della Leggenda Aurea – nell’iconografia di S. Giovanni Evangelista.


Qui il serpente che esce dal calice rappresenta il veleno mortale del peccato (vale a dire i serpenti velenosi di Numeri 21 intesi come simbolo delle tendenze subconscie, che inducono alla reiterazione delle condotte erronee), il quale viene trasformato in medicina dal sangue di Cristo, versato sulla croce.
 
Tornando all'episodio di Numeri 21, possiamo ora riflettere sul significato del “morso” dei serpenti.

Da un lato questo morso è velenoso e mortale. Ma bisogna considerare anche: che questi serpenti "cattivi" è Dio stesso a mandarli, a causa dell’infedeltà di Israele; e che, non appena Israele si pente e si rivolge nuovamente a Dio, subito riceve da Lui il serpente "buono", presagio del Verbo incarnato, come antidoto rituale e simbolico al veleno.  

La chiave del misterioso simbolismo, dunque, è il riconoscimento dell’errore in cui ognuno di noi versa e si mantiene a causa dal modo ordinario di vivere: cioè, con riferimento alle tre principali funzioni psichiche, al modo di pensare, di emozionarsi, di vivere (passivamente) la propria istintualità.  

Letti spiritualmente, dunque, i serpenti "cattivi" non sono tanto una “punizione”, secondo l'interpretazione letterale lettura propria al dogmatismo clericale (i “maestri in Israele”), ma anzi un dono di Dio, perché tramite il loro morso mortale è dato a Israele la possibilità di riconoscere la propria colpa e di convertirsi, cioè di “risvegliarsi” e ritornare a Dio.  

Ecco perché il “morso del serpente” o “del drago” è diventato il simbolo tradizionale del risveglio interiore, che induce l’uomo a riconoscere e a comprendere la stolta presunzione del proprio ego, la vanità della propria esistenza e la schiavitù morale profonda in cui versa a causa di esse. E induce nell’animo il desiderio di trovare un cammino di liberazione. 

Ed è proprio questo desiderio il primo “morso del serpente”, che spinge Nicodemo ad andare di notte da Gesù:

Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: "Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui".

Giovanni 3, 2

Nicodemo è “maestro in Israele”, dunque un’alta autorità sacerdotale e teologica, ma “non sa queste cose”: cioè non conosce il significato profondo della dottrina spirituale di cui pure è insegnante autorizzato.  

Questa dottrina l’aveva esposta Gesù poco prima:

Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non nasce di nuovo, non può vedere il regno di Dio".
Gli disse Nicodèmo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?".
Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce da acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete nascere di nuovo. Lo spirito soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito".
Rispose Nicodemo e disse: "In che modo possono avvenire tali cose?". 

 Giovanni 3, 3-9 

Dalla risposta di Nicodemo – “come può un uomo nascere quando è vecchio...” – si capisce che egli prende alla lettera – secondo “la carne” – l’insegnamento di Gesù. Egli allora gli spiega che le sue parole devono essere comprese secondo “lo spirito”, che “soffia dove vuole...”. 

Vi è dunque un senso profondo della dottrina di Gesù che rimane nascosto anche agli esponenti autorevoli della religione, i “maestri in Israele”. Ma che viene rivelata dallo Spirito Santo a chi si rende disponibile a mutare il proprio modo di pensare – operando la metànoia, il “cambiamento di mente” invocato da Giovanni Battista in Matteo 3,2, – per ascoltare “la sua voce”, quando essa “soffia” dentro di noi: “Rinascere da acqua e Spirito Santo per vedere il regno di Dio”.  

È a questo punto che Gesù espone il simbolismo del serpente di bronzo, come condizione per “vedere il regno di Dio”, ovvero per “ascendere al cielo”. Ascesa che ha luogo lungo l’axis mundi, del Caduceo depurato dal “serpente cattivo” e così assimilato al palo eretto nel deserto e, quindi, all’asse verticale della croce (in greco σταυρός,  stàyros, cioè “palo”).  

E, considerato quanto fin qui abbiamo meditato, dovrebbe risultare evidente il significato profondo del “morso del serpente”, della sua duplice possibilità, mortifera o liberatoria. E di come, grazie alla mediazione salvifica del Verbo incarnato, il veleno mortale può, dentro ognuno di noi, essere trasformato in farmaco.

 

giovedì 15 ottobre 2026

AGERE PŒNITENTIAM

 



«Dominus ita dedit mihi fratri Francisco incipere faciendi poenitentiam»

(FRANCESCO d'ASSISI, Testamento)


C'è da distinguere:

I. la predicazione apostolica della parola ("ite et euangelizate omnes gentes"); 

II. la predicazione della metànoia di Giovanni Battista ("pœnitentiam agite e parate viam Domini").

La prima è destinata a tutti nel mondo popolato.

La seconda è destinata ai pochi che vanno a trovare il Precursore nel deserto.

Quella di Francesco e dei Compagni (nos qui cum eo fuimus) è la seconda.

I preti, che avevano invaso l'Ordine nascente, invece, volevano dedicarsi alla prima. 

E i papi li hanno accontentati, annacquando la Regola (forma vitæ) e tradendo Francesco.


lunedì 6 luglio 2026

IL VENTO E IL LEONE

L’appena trascorsa prima settimana di luglio è stata caratterizzata da alcuni eventi significativi, che, congiuntamente analizzati, risultano avere un rilievo storico ben maggiore di quello che gli è stato attribuito dalle note di cronaca:

- il 1 luglio, a Écone, le ordinazioni episcopali non autorizzate della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, immediatamente seguite il giorno successivo dall’annuncio vaticano della scomunica, potenzialmente estensibile non solo ai sei Vescovi coinvolti nel Rito, ma anche a tutti sacerdoti e chierici, e perfino ai semplici fedeli;

- il 4 luglio la visita di Leone XIV a Lampedusa, sottolineata con l’abituale enfasi mediatica, quale pellegrinaggio “sulle orme di papa Francesco”, per ribadire la centralità dell’ “accoglienza” nel messaggio cristiano per il nuovo Millennio.

Dall’annuncio della sua elezione, l’8 maggio 2025, Robert Prevost aveva indossato in modo impeccabile quei panni esteriori del pontefice “tradizionale”, che avevano dato ad alcuni la speranza e a molti il timore di un brusco cambio di direzione, dopo i tredici anni di autocrazia bergogliana.


Invece il 4 luglio 2026 egli ha improvvisamente dismesso il “vestito buono” da “papa della tradizione” – che peraltro aveva progressivamente cessato di alimentare le speranze dei suddetti “pochi” – per adottare un’immagine bruscamente innovativa, segnando un'evidente rottura con lo stile mantenuto nei mesi precedenti. 

Ciò è avvenuto con la messa in scena di una coreografia studiata, volutamente minimalistica e apparentemente “sotto tono”, ma di fatto rivoluzionaria: con tutta una ritualità, una simbologia, una scenografia e un guardaroba teatrale - non senza qualche tratto involontariamente clownistico - appositamente escogitati per l’occasione.


L'innovazione scenografica non ha interessato solo i paramenti, indossati da Prevost e dal vescovo Damiano, che lo ha scortato passo passo fin dal suo atterraggio a Lampedusa, ma anche l’allestimento dell’altare e dell’ambone per la celebrazione tenutasi all’aperto nello stadio della città isolana.


“La scelta artistica mira a trasformare lo spazio liturgico in un ‘racconto visivo di dolore, speranza e rinascita’, dove le superfici astratte e le linee fluide evocano il moto delle onde, rendendo il Mediterraneo uno spazio di passaggio e memoria collettiva”.

Con queste magniloquenti parole, l’iperbole giornalistica ha elevato a “creatività artistica” e a “narrazione spirituale dal linguaggio essenziale e simbolico”, qualcosa che, per la verità, ricordava più l’allestimento per la festa sociale di un circolo sportivo di periferia.

Tutto l’evento è stato caratterizzato da una teatralità solo apparentemente fresca, in realtà rigidamente scandita da una regia di taglio televisivo:

- la visita al cimitero, condita con l'immancabile piaggeria retorica da sala stampa vaticana:

“Un Leone silenzioso, immobile, ... È tutto bianco in quel momento, forse pure per il sole accecante ... È bianca la talare del Papa, sono bianche le lapidi, sono bianchi i fiori sotto le fotografie di donne e di signori anziani con lo sfondo del mare. Delle farfalle si posano sulle croci e sui cespugli e pure sulla corona floreale che Leone depone in mezzo a quest’area del cimitero cittadino che i lampedusani curano, annaffiano, sorvegliano...”.


- il “rito” simbolico dell’attraversamento della cosiddetta “porta d’Europa”:



- la letterina accorante a Leone del piccolo Leo, con la narrazione di un pianto antico, cessato solo alla vista di un “pallone fatto di carta”:


- l’intitolazione del molo “teatro (!) degli sbarchi” al predecessore, con tanto di targa dorata, da parte di si chi proclama, come si è detto, “pellegrino a Lampedusa sulle orme di Papa Francesco”:



A rendere meno artificiosa e forzata la scansione della nutrita “agenda”, che ha concentrato tutti questi "atti simbolici” nello spazio di poco più di tre ore, è intervenuto il “provvidenziale” fuori programma della folata di vento sulla scogliera, che ha soffiato via la papalina dell’uomo vestito di bianco, contribuendo ad accrescerne l’aura di umanità, semplicità e spontaneità, in un evento che, per la verità, non aveva avuto nulla di spontaneo:

  


Tutto considerato parrebbe la cronaca di un avvenimento fra i tanti, a cui ci ha abitutato il crescente spettacolarismo mediatico dei pontificati negli ultimi settant’anni. 

Eppure, la sua prossimità cronologica con i fatti di Écone e la brutale immediatezza della rappresaglia scomunicatoria, porta a sospettare che l’accurata rappresentazione "accoglientizia", a cui il supposto pontefice si è prestato con mirabile capacità interpretativa, voglia segnare il momento di una rottura definitiva con un passato – anche recente – del quale è necessario troncare perfino il ricordo.

Il nuovo “papato” di una “nuova chiesa”, che non è più “in uscita”, ma si pone anzi all’entrata del “vecchio mondo”, per spalancarne le porte al “nuovo che avanza”. E ciò, non per gli sbandierati fini caritatevoli di vera accoglienza fraterna, ma per porre in atto l’ultima fase del programma del potere globale, al quale i vertici vaticani dimostrano di voler doviziosamente contribuire.

Un tempo pareva lecito ritenere che i migranti siano attirati e incoraggiati a sfidare i pericoli del mare e la criminalità dei trafficanti, solo per gli interessi di bottega dei potentati economici, bisognosi di nuova mano d’opera a basso costo.

Oggi invece appare evidente come la minuziosa propaganda che li richiama è funzionale al pianificato rinnovamento antropologico di un’Europa per decenni scientificamente infiacchita. La cui popolazione, esaurita ed abbattuta fisicamente, moralmente e spiritualmente, è finalmente pronta ad essere sostituita con “materiale umano” informe, atto a fungere da “fango” per la babelica “creazione” del tipo umano venturo, progettato a tavolino per essere protagonista del Nuovo Umanesimo.

Tutto questo porta a ritenere che a Lampedusa, sabato 4 luglio 2026, si sia consumato un evento di portata davvero storica: l’inaugurazione ufficiale della Nuova Religione dell’Accoglienza.



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domenica 5 luglio 2026

I SENTIERI DEL PASSATO

 


Secondo il pensiero dominante, la Sacra Scrittura va aggiornata continuamente, per adattarla alle esigenze degli uomini, che mutano col mutare dei tempi.

Ciò vale soprattutto per i passi nei quali la Parola di Dio afferma in modo inequivocabile che la Sacra Scrittura non va aggiornata.

Ma la religione odierna è un trans-uman-cristianismo dove, tutto relativizzando, si deve necessariamente relativizzare anche l'Assoluto: cioè Dio e la sua Parola.

Non ci vuole molto a comprendere che questa neo-religione non ha nulla a che vedere con la Religione di Cristo, nella quale siamo nati e nella quale ci sforziamo di perseverare fino alla morte, nonostante le temperie avverse, per le pressioni di un mondo sempre più ostile a chi vuole rimanere di Cristo, con Cristo e in Cristo. 

Ad uso dei pochi temerari, segue quindi una piccola antologia dei passi scritturali dell'Antico e del Nuovo Testamento, che devono essere per forza aggiornati, perché vi si afferma che la Scrittura non deve essere aggiornata.  


Geremia 6,16

State super vias, et videte, et interrogate de semitis antiquis quæ sit via bona, et ambulate in ea: et invenietis refrigerium animabus vestris.

«Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate dei sentieri antichi, quale sia la via buona, e camminate in essa: e troverete refrigerio per le anime vostre».


Giobbe 8,8

Interroga enim generationem pristinam, et diligenter investiga patrum memoriam.

«Interroga infatti la generazione precedente, e ricerca con cura la memoria dei padri».


Proverbi 22,28

Ne transgrediaris terminos antiquos, quos posuerunt patres tui.

«Non oltrepassare i limiti antichi, che posero i tuoi padri».


Siracide 8,9

Non te prætereat narratio seniorum: ipsi enim didicerunt a patribus suis.

«Non ti venga mai meno la narrazione degli anziani: essi infatti impararono dai loro padri».


Tessalonicesi, 2,15

Itaque, fratres, state: et tenete traditiones, quas didicistis, sive per sermonem, sive per epistolam nostram.

«Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso, sia oralmente sia dalle nostre lettere».


Galati 1,8

Sed si licet nos, aut angelus de caelo evangelizet vobis praeterquam quod evangelizabimus vobis, anathema sit.

«Ma se anche noi stessi o un angelo del cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema».


2 Timoteo 3,14

Tu, vero, permanes in iis quae didicisti, et credita sunt tibi: sciens a quo didiceris...

«Tu, però, rimani saldo in quello che hai imparato e che ti è stato consegnato, sapendo da chi l’hai imparato...»


Ivi 4,3-4

Erit enim tempus, cum sanam doctrinam non sustinebunt ... et a veritate quidem auditum avertent, ad fabulas autem convertentur.

«Verrà il tempo, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina ... ma rifiuteranno di dare ascolto alla verità, per dare ascolto alle favole».


giovedì 2 luglio 2026

 

ER PRIMATO


Dice che er papa è papa e, si lo vôle,

ogni cosa più strana j’è concessa,

e morale, e dottrina, e dogmi, e messa

pô arivortalli come bannerole.


Che, puro si la fede è manomessa,

mapperò a lui j’aggrada e nun je dole,

pô cambià ner vangelo le parole,

oppuro abbraccicà ‘na vescovessa,


Figurate si poi, pe’ ostinazzione,

je fanno quattro vescovi francesi

senza la pontificia approvazzione,


come se fa pe’ i vescovi cinesi:

è già pronta la scommunicazzione,

preti, fedeli e chierici compresi.


giovedì 2 luglio 2026

         Visitazione della B.V. Maria



... RIGA QUOD EST ARIDUM

 



Il 1° luglio 2026 si è abbattuto un violento temporale con forti piogge ed elettricità sulla località di Écône, in Svizzera, durante la cerimonia di consacrazione dei vescovi della Fraternità San Pio X.

Le previsioni meteorologiche locali per la giornata indicavano inizialmente una probabilità di pioggia dello 0-5%, rendendo l'evento improvviso e inaspettato.

Il maltempo ha interrotto la distribuzione della comunione, costringendo i circa 20 mila fedeli presenti a ripararsi sotto gli ombrelli.


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Nel simbolismo tradizionale la pioggia è universalmente considerata un simbolo della benedizione divina e il veicolo delle influenze spirituali.

Soprattutto in occasione di eventi straordinari, assume il valore di una conferma divina, perché la spiritualità tradizionale non ammette la casualità dei fenomeni naturali, ma tutto riferisce all’azione della Provvidenza.

Non la “superstizione”, ma l’umile consapevolezza che Dio parla attraverso gli eventi della creazione, mostra il senso profondo del detto popolare: “Sposa bagnata sposa fortunata”. E spiega il significato spirituale che la pioggia, specie se improvvisa e inattesa, acquista nelle grandi occasioni liturgiche, come le consacrazioni episcopali,

La ragione di questo simbolismo è già evidente nel senso letterale, perché sul piano naturale, nelle civiltà tradizionali a base agricola, la pioggia di per sé stessa è vita, perché propizia abbondanza di raccolti, prosperità e gioia. Ciò appare in molti passi scritturali, ad esempio:

Deuteronomio, 11,13-14

il Signore Dio vostro ...darà alla vostra terra la pioggia al principio ed alla fine, perché raccogliate frumento, vino e olio.

Geremia, 5,24

Temiamo il Signore Dio nostro che ci dà le prime e l'ultime piogge alla lor stagione e che ci riserva un'annata abbondante di mèssi.

Salmo 103,13

Tu che irrighi i monti dalla loro cima, del frutto delle tue opere si sazia la terra.


Ma su un piano più alto la pioggia diventa simbolo della Parola di Dio:

Isaia 55,10-11

E come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi fanno ritorno, ma innaffiano la terra e la fecondano e la fanno germinare, danno il seme da seminare e il pane da mangiare; così sarà la parola che esce dalla mia bocca: non tornerà a me senza frutto, ma opererà tutto quello che io voglio, e prospererà in quelle cose per cui l'ho inviata.

Deuteronomio, 32,2

Scorra come pioggia il mio insegnamento, stilli come rugiada il mio discorso, come pioggia sull'erba, e come stille sui prati.


della conoscenza di Lui:

Osea 6,3

Sapremo, e proseguiremo per conoscere il Signore. Come l'aurora è certo il suo spuntare, ed egli verrà come una pioggia per noi, come la prima e l'ultima pioggia. 


dello Spirito Santo e della benedizione divina:

Isaia, 44,3

Farò scorrere acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Spanderò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sulla tua stirpe.

Gioele, 2,23-39

Figli di Sion, rallegratevi, gioite nel Signore vostro Dio, perché vi ha dato per guida la giustizia e farà scendere per voli la pioggia mattutina e serotina, come in principio... E sopra i miei servi e le mie serve in quei giorni, effonderò il mio spirito.

Salmo 67,10

Pioggia abbondante riversavi, o Dio, rinvigorivi la tua eredità esausta.


Nelle stesse parole di Gesù lo Spirito Santo è assimilato all’acqua viva:

Gv. 4, 10-14

Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stesso gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva. ... Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».

Gv. 7,37-39

Gesù levatosi in piedi esclamò a gran voce: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» . Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.


Per questo la pioggia iniziale o mattutina, nei passi scritturali sopra citati, è interpretata dalla Tradizione come simbolo della prima effusione dello Spirito Santo nella Pentecoste, mentre la pioggia finale o serotina è la benedizione attesa nei tempi ultimi della Parusia, che propizierà la messe conclusiva dei giusti che hanno atteso il ritorno del Signore.

La pioggia è dunque lo Spirito Santo in azione, l’acqua viva che discende dal Cielo e irriga gratuitamente tutto ciò che bagna, trasforma ciò che è arido e fa fruttificare i Suoi doni: amore, gioia, e pace (Galati 5). Proprio come recita l’inno liturgico della Pentecoste:

Veni Sancte Spiritus ... riga quod est aridum.



lunedì 29 giugno 2026

LA VERA «RIVOLUZIONE»

 


Tra tante battaglie perse, una che merita davvero di essere combattuta (e vinta) è convincere i conservatori e i c.d. "tradizionalisti" a non usare la parola Rivoluzione nel senso (sia pure inteso negativamente) che le hanno imposto i sovversivi, 

e a ricondurla al significato originario di quel 

ritorno al Principio, 

che ha luogo  al compimento del ciclo,

e che è, poi, l'unico senso in cui Nostro Signore può essere davvero chiamato, a pieno titolo, "il più grande Rivoluzionario della storia".

L'oblio di questo significato tradizionale del termine e l'adozione del lessico della sovversione (in questo e in altri casi), è indice, a un tempo, della scarsa "tradizionalità" dei c.d. "tradizionalisti" e del progressivo smarrimento della dimensione metafisica da parte della Cristianità, iniziato alla fine dell'Età di mezzo, culminato negli ultimi tre secoli ed emerso in modo eclatante nella presente contingenza.

Ed è proprio quest'ultimo il vero problema: perché senza la metafisica pura (quella vera, non quella di Kant e - con buona pace dei neo-tomisti di ogni sorta - nemmeno quella di Aristotele) non si può sperare di vincere.

Perché solo la metafisica pura (non la teologia) è l'arma definitiva contro la sovversione  e contro il suo stratega: il grande negromante, il supremo ingannatore, il principe di questo mondo.