Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d'Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: "Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti". Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: "Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita". Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l'asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.
Numeri 21, 6-9
Il simbolismo del serpente o del drago (in latino serpens e draco, e in greco ὄφις, ofis, e δράκων, drakon, sono sinonimi) ha una duplice valenza, positiva e negativa, anche se generalmente viene considerata solo la seconda, con riferimento al diavolo tentatore di Genesi 3.
Nel passo citato di Numeri 21 e in Giovanni 3 i due diversi significati sono esplicitati e contrapposti. Nel dialogo con Nicodemo, infatti, Gesù riferisce apertamente a sé stesso il simbolo del serpente di bronzo:
Gli rispose Gesù: "Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna".
Giovanni 3, 10-15
S. Agostino (Trattati su Giovanni, 80) dà un’indicazione precisa sulla natura del simbolismo evangelico e su come bisogna leggere la Sacra Scrittura in senso spirituale:
Che cosa significa dunque: «Io sono la vera vite»? Forse, aggiungendo «vera», si è riferito per opposizione a quella vite da cui è stata presa questa similitudine? Infatti, egli dice vite per similitudine, non in senso proprio, come si dice pecora, agnello, leone, roccia, pietra angolare e simili...
L'aspetto positivo del serpente, del resto, lo abbiamo quotidianamente sotto gli occhi negli stemmi dell’Ordine dei farmacisti, dove l’antico simbolo di Esculapio, dio della Medicina e della Farmacopea, è associato alla croce:
Qui il serpente “buono” attorcigliato al calice – il cui stelo richiama il Caduceo di Mercurio, simbolo dell’axis mundi, dal quale è stato soppresso il serpente “cattivo” – rappresenta il veleno che, assunto in dosi appropriate, si trasforma in farmaco.
In greco, infatti, φάρμακον, fàrmacon, significa sia “veleno” sia “medicina”; e φαρμακεύς, farmakeỳs, sia “avvelenatore” sia “farmacista”.
La versione cristiana del simbolismo è entrata – tramite un racconto della Leggenda Aurea – nell’iconografia di S. Giovanni Evangelista.
Qui il serpente che esce dal calice rappresenta il veleno mortale del peccato (vale a dire i serpenti velenosi di Numeri 21 intesi come simbolo delle tendenze subconscie, che inducono alla reiterazione delle condotte erronee), il quale viene trasformato in medicina dal sangue di Cristo, versato sulla croce.
Tornando all'episodio di Numeri 21, possiamo ora riflettere sul significato del “morso” dei serpenti.
Da un lato questo morso è velenoso e mortale. Ma bisogna considerare anche: che questi serpenti "cattivi" è Dio stesso a mandarli, a causa dell’infedeltà di Israele; e che, non appena Israele si pente e si rivolge nuovamente a Dio, subito riceve da Lui il serpente "buono", presagio del Verbo incarnato, come antidoto rituale e simbolico al veleno.
La chiave del misterioso simbolismo, dunque, è il riconoscimento dell’errore in cui ognuno di noi versa e si mantiene a causa dal modo ordinario di vivere: cioè, con riferimento alle tre principali funzioni psichiche, al modo di pensare, di emozionarsi, di vivere (passivamente) la propria istintualità.
Letti spiritualmente, dunque, i serpenti "cattivi" non sono tanto una “punizione”, secondo l'interpretazione letterale lettura propria al dogmatismo clericale (i “maestri in Israele”), ma anzi un dono di Dio, perché tramite il loro morso mortale è dato a Israele la possibilità di riconoscere la propria colpa e di convertirsi, cioè di “risvegliarsi” e ritornare a Dio.
Ecco perché il “morso del serpente” o “del drago” è diventato il simbolo tradizionale del risveglio interiore, che induce l’uomo a riconoscere e a comprendere la stolta presunzione del proprio ego, la vanità della propria esistenza e la schiavitù morale profonda in cui versa a causa di esse. E induce nell’animo il desiderio di trovare un cammino di liberazione.
Ed è proprio questo desiderio il primo “morso del serpente”, che spinge Nicodemo ad andare di notte da Gesù:
Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: "Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui".Giovanni 3, 2
Nicodemo è “maestro in Israele”, dunque un’alta autorità sacerdotale e teologica, ma “non sa queste cose”: cioè non conosce il significato profondo della dottrina spirituale di cui pure è insegnante autorizzato.
Questa dottrina l’aveva esposta Gesù poco prima:
Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non nasce di nuovo, non può vedere il regno di Dio".Gli disse Nicodèmo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?".Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce da acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete nascere di nuovo. Lo spirito soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito".
Rispose Nicodemo e disse: "In che modo possono avvenire tali cose?".
Giovanni 3, 3-9
Dalla risposta di Nicodemo – “come può un uomo nascere quando è vecchio...” – si capisce che egli prende alla lettera – secondo “la carne” – l’insegnamento di Gesù. Egli allora gli spiega che le sue parole devono essere comprese secondo “lo spirito”, che “soffia dove vuole...”.
Vi è dunque un senso profondo della dottrina di Gesù che rimane nascosto anche agli esponenti autorevoli della religione, i “maestri in Israele”. Ma che viene rivelata dallo Spirito Santo a chi si rende disponibile a mutare il proprio modo di pensare – operando la metànoia, il “cambiamento di mente” invocato da Giovanni Battista in Matteo 3,2, – per ascoltare “la sua voce”, quando essa “soffia” dentro di noi: “Rinascere da acqua e Spirito Santo per vedere il regno di Dio”.
È a questo punto che Gesù espone il simbolismo del serpente di bronzo, come condizione per “vedere il regno di Dio”, ovvero per “ascendere al cielo”. Ascesa che ha luogo lungo l’axis mundi, del Caduceo depurato dal “serpente cattivo” e così assimilato al palo eretto nel deserto e, quindi, all’asse verticale della croce (in greco σταυρός, stàyros, cioè “palo”).
E, considerato quanto fin qui abbiamo meditato, dovrebbe risultare evidente il significato profondo del “morso del serpente”, della sua duplice possibilità, mortifera o liberatoria. E di come, grazie alla mediazione salvifica del Verbo incarnato, il veleno mortale può, dentro ognuno di noi, essere trasformato in farmaco.




