Le discussioni intorno
all’argomento del giorno, le ormai imminenti ordinazioni episcopali
del 1 luglio a Écone, raramente colgono il punto centrale della
controversia.
Quasi tutte – forse
non casualmente – sembrano focalizzarsi esclusivamente sulla
disobbedienza della FSSPX, che intende procedere, come fece il suo
fondatore Marcel Lefebvre nel 1988, alla ordinazione di quattro
vescovi senza mandato pontificio, e, anzi, contro il divieto espresso
dalle autorità vaticane.
Ma tale questione è
solo il casus belli di un
conflitto latente da quasi 70 anni, che emerge oggi in tutta la sua
drammatica portata: il rapporto tra la crisi innegabile in cui versa
la religione cattolica in tutto il mondo e il Concilio Vaticano II.
Che questo sia il punto
centrale della questione risulta chiaramente esplicitato nella
dichiarazione rilasciata da Robert Prevost il 16 giugno 2026 a Castel
Gandolfo, quando rispondendo alla domanda dei giornalisti, ha
affermato: “ Per la Chiesa certamente la divisione tra i cristiani
è sempre un punto molto doloroso, però loro rifiutano di
accettare certi elementi fondamentali della Chiesa,
cominciando da diversi punti del Concilio Vaticano II. Se fanno
quella scelta mi dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti”.
Notoriamente le domande
dei giornalisti al pontefice sono concordate in precedenza. La
risposta quindi non è stata certamente estemporanea. Essa evidenzia
in modo innegabile che il vero nodo del problema non sono tanto le
ordinazioni episcopali, ma la mancata accettazione da parte dei
Lefebrvriani di “diversi punti del Concilio Vaticano II”
definiti “elementi fondamentali della Chiesa”.
Quest’ultima
definizione è coerente con la pretesa del clero modernista di
attribuire il carattere di dogmaticità alle conclusioni di un
Concilio che, per espressa decisione dei Papi che l’hanno convocato
e presieduto, è stato di natura pastorale e non dogmatica.
In ogni caso, un pur
sommario esame sui “diversi punti del Concilio che non vengono
accettati dai Lefebvriani”, è sufficiente a dimostrare che questa
non accettazione – riguardi essa i testi conciliari o il modo in
cui essi sono stati interpretati nel post-Concilio – si fonda sulla
contrarietà esplicita ed innegabile di questi “punti” con la
dottrina bimillenaria, unanime e univoca della Chiesa cattolica: le
affermazioni di una falsa
libertà religiosa; della collegialità
episcopale a
scapito dell’Autorità pontificale; dell’ecumenismo,
volto a
parificare la
religione cattolica alle
altre confessioni cristiane, dichiaratamente eretiche; la
deformazione in senso protestante del Rito
eucaristico, implicante
la
banalizzazione dell’aspetto sacrificale, fino a una negazione
di
fatto della valenza salvifica del sacrificio
di
Cristo.
Ne risulta l’evidente
contraddizione di voler far passare come “elementi fondamentali
della Chiesa” affermazioni – di natura “pastorale” e non
“dogmatica” – che si pongono in stridente e palese contrasto
con quanto la Chiesa ha sempre e inequivocabilmente affermato.
Altra stridente
contraddizione si ricontra nella minacciata applicazione della
sanzione canonica della scomunica in occasione delle ordinazioni di
Écone.
L'ordinazione di vescovi
senza mandato pontificio è illegittima dal punto di vista canonico,
ma sacramentalmente valida, purché il consacrante sia un vescovo e
il rito contenga la materia e la forma essenziali.
Secondo il Canone 1387
del Codice di diritto canonico: “Il Vescovo che senza mandato
pontificio consacra qualcuno Vescovo e chi da esso ricevette la
consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae
riservata alla Sede Apostolica”. Questa norma fu introdotta nel
Codice del 1983, mentre il precedente Codice del 1917 prevedeva la
più lieve sanzione della sospensione.
La sanzione fu applicata
nel 1988 a Mons. Lefebvre e ai Vescovi da lui ordinati.
Ma curiosamente non
viene applicata nel caso delle ordinazioni dei vescovi asseritamente
“cattolici”, consacrati senza mandato pontificio per volontà del
governo della Repubblica Popolare Cinese, e indiscriminatamente
riconosciuti dal Vaticano, in virtù dell’accordo sottoscritto da
Bergoglio nel 2018.
Anche per questo appare
del tutto tendenziosa l’affermazione, ricorrente in certi ambienti
“cattolico-conservatori”, secondo cui, sebbene oggettivamente vi
sia una grave crisi nella Chiesa, non sussisterebbe uno “stato di
necessità” tale da giustificare la violazione del diritto
canonico, che richiede il mandato papale per la consacrazione dei
vescovi.
Lo “stato di
necessità” in questione, infatti, non va riferito, in modo
generale e astratto, alla “crisi della Chiesa”; ma, in concreto e
nei fatti, proprio come nel 1988, alla sopravvivenza stessa della
Fraternità Sacerdotale San Pio X. La quale può contare oggi solo su
due vescovi in età avanzata. E che, senza disporre vescovi “interni”
– data l’innegabile ostilità degli attuali vertici vaticani per
tutto ciò che ha a che fare con il Vetus Ordo Missae –
sarebbe votata a morte certa nel giro di pochi decenni, non avendo
modo di procedere a nuove ordinazioni sacerdotali.
È evidente come questa
“soluzione finale” sia l’obbiettivo dichiarato dei nemici del
Rito Antico, emergente a chiare lettere, dallo stesso Motu Proprio
provocatoriamente intitolato Traditionis Custodes. Nel
quale già si lamentava come, secondo l’interpretazione degli
ambienti vaticani dominanti, l'uso della “forma straordinaria del
rito romano” sarebbe stato spesso “strumentalizzato per rifiutare il
Concilio Vaticano II e creare divisioni nella Chiesa”.
È questo il vero motivo
dell’astio dei fautori della “chiesa in uscita”. Il livore per
il fatto che, nei decenni trascorsi dalla riforma conciliare, le
realtà legate alla Messa tradizionale non solo non si sono estinte,
come auspicato; ma hanno anzi segnato una crescita esponenziale di
vocazioni sacerdotali e di fedeli, nonostante le durissime
persecuzioni che sono state attuate prima e dopo la breve parentesi
del pontificato di Joseph Ratzinger.
La rigidità e
l’autoritarismo che i vertici vaticani e la quasi totalità dei
vescovi di nomina bergogliana riservano ai difensori della Messa
tridentina, è in stridente contrasto con la più più benevola
tolleranza verso tutte le deviazioni in materia liturgica,
dottrinaria e morale, che, affermatesi progressivamente durante il
post-Concilio, ricevono oggi un’impressionante accelerazione dalla
spinta del cosiddetto “cammino sinodale”.
Contrasta con questo
programma di “riforme”, che in realtà mira alla radicale
trasformazione della religione che fu cattolica per adattarla alle
“esigenze dei tempi”, la vitalità dimostrata dalla Messa
tradizionale, dalle organizzazioni sacerdotali che la celebrano e dai
fedeli che in numero crescente dimostrano di apprezzarla.
Risulta quindi difficile
– ai fautori della nuova religiosità globalizzata – inghiottire
l’impressionante afflusso di nuove vocazioni nei seminari non solo
della FSSPX, ma in generale delle famiglie sacerdotali legate alla
messa preconciliare. Anche le organizzazioni c.d. “ex-Ecclesia
Dei”, riconosciute dalle autorità vaticane – la Fraternità
Sacerdotale di S. Pietro, l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote,
l’Istituto del Buon Pastore; nonché le numerose realtà monastiche
benedettine legate al rito antico, presenti in Francia, negli Stati
Uniti e anche in Italia – vantano infatti, ogni anno, un cospicuo
numero di nuove vocazioni e di ordinazioni sacerdotali, in evidente
controtendenza con la crisi drammatica in cui versano i seminari
diocesani ordinari.
Questo stato di cose fa
sì che la questione delle nuove ordinazioni episcopali della FSSPX
si ponga in realtà come fondamentale e storico punto di svolta di un
dissidio che non è soltanto una questione “amministrativa” tra i
vertici vaticani e una specifica organizzazione sacerdotale, ma
l’emersione del conflitto insanabile tra due visioni della Chiesa e
della religione cattolica.
Due mondi che, dopo
settant’anni di dissidi latenti e per così dire “sotto traccia”,
vengono oggi a fronteggiarsi apertamente, sotto i riflettori di
un’opinione pubblica che, con evidente contrarietà, si vede
costretta suo malgrado a dare ampio risalto a quanto sta accadendo.
Appaiono
oggi emblematiche le amare cosiderazioni di Joseph Ratzinger in
risposta alle critiche infiammate che gli rivolsero gli ambienti
progressisti quando, nel 2009 decise di revocare le
scomuniche conseguenti alla ordinazioni di Marcel
Lefebvre del 1998:
“A volte si ha
l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo
almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale
poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa
avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il
diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio
senza timore e riserbo”.